Il farmacista della natura: come un chimico Big Pharma cura gli animali in via d’estinzione
Dopo quasi vent’anni passati in Big Pharma, il chimico Tim Cernak ha voltato pagina. Per Merck sviluppava terapie di precisione per cancro, HIV e diabete, capaci di colpire le cellule malate senza distruggere quelle sane. Poi ha guardato fuori dal laboratorio e si è chiesto: posso fare lo stesso per gli animali?
La risposta è sì. E oggi, come professore associato all’Università del Michigan, Cernak è diventato una specie di farmacista della natura. I suoi pazienti? Rospi con infezioni fungine letali, tartarughe marine colpite da tumori contagiosi, aquile calve con l’influenza aviaria, e perfino alberi di cicuta attaccati da specie invasive.
Il problema di partenza è semplice: molti animali vengono curati con farmaci pensati per l’uomo, con risultati disastrosi. Il caso classico è l’itraconazolo, un antimicotico umano usato per le rane con infezioni cutanee — letale per l’anfibio. Cernak immagina un mondo dove «il paziente è sempre stato una rana, dall’inizio alla fine».
Per realizzarlo, sfrutta tutto quello che ha imparato in Big Pharma. AI e robot sono i suoi assistenti di laboratorio. Con AlphaFold di Google DeepMind visualizza in 3D le proteine mutanti, saltando il passaggio tradizionale di farle crescere su una piastra. Poi genera possibili farmaci, e grazie a bracci robotici testa fino a 1.500 reazioni al giorno.
Cernak non fa distinzioni di specie. Ha lavorato sulle lucertole Gila mostro — i cui ormoni hanno ispirato farmaci famosi come Ozempic — e sulle tartarughe marine loggerhead, scoperte vittime di tumori contagiosi. Ma non si ferma agli animali: sta sviluppando anche un insetticida di precisione per salvare gli alberi di cicuta.
La sua nuova disciplina la chiama conservation chemistry, chimica della conservazione. Un termine che evoca ricordi pesanti: il DDT che negli anni ’60 decimò le aquile calve americane, o gli antidolorifici per mucche che negli anni ’90 uccisero milioni di avvoltoi in India.
Cernak sa che il rischio di errori esiste. Ma escludere la chimica dalla conservazione, dice, è un’occasione persa. «Sono stufo di vedere gli strumenti chimici usati nella conservazione: non sono all’avanguardia. Come è possibile avere un motore super tecnologico per fare medicine per gli umani, mentre siamo in piena estinzione di massa?».
