Bitcoin, Wall Street accelera mentre il mining frena: i numeri del cambiamento
La banca svizzera UBS ha incrementato in modo deciso l’esposizione ai prodotti quotati su Bitcoin: le opzioni call su ETF Bitcoin sono aumentate di circa 24 volte, mentre le partecipazioni dirette nell’ETF IBIT di BlackRock sono cresciute del 12%, pari a circa 407.890 azioni. La copertura ribassista tramite put si è ridotta di oltre il 50%, un segnale che alcuni analisti leggono come maggiore propensione al rischio, pur restando dentro strutture regolamentate.
Movimenti simili arrivano dal mondo degli hedge fund. Il veicolo collegato a Paul Tudor Jones ha incrementato la partecipazione nell’ETF Bitcoin di BlackRock dopo diverse trimestri di vendite. In questo caso le call sono calate di circa l’85% e le put sono rimaste solo marginalmente inferiori: secondo gli osservatori, un ribilanciamento verso la detenzione diretta di quote ETF piuttosto che verso strategie puramente opzionali.
Mining sotto pressione e ascesa delle blockchain private
Non tutto si muove nella stessa direzione. Nel secondo Paese al mondo per potenza di Bitcoin mining, le autorità energetiche hanno introdotto un divieto permanente per gli impianti nella capitale, citando il rischio di carenze sulla rete elettrica. I data center per il mining sono tra le attività più energivore e provvedimenti simili potrebbero diventare più frequenti nei contesti urbani.
Sul fronte finanziario tradizionale, un rapporto sugli accordi del primo semestre 2026 evidenzia che oltre 11,2 miliardi di dollari di nuovi capitali sono confluiti quasi esclusivamente in operatori regolamentati. Tra gli investitori figurano BlackRock, Goldman Sachs e alcuni fondi sovrani del Golfo Persico. Per diversi esperti, questo flusso sta spingendo il settore lontano dal modello originario permissionless, verso piattaforme controllate e conformi alle normative.
In questo contesto si inserisce il dibattito sulle blockchain private di Wall Street. Alcuni sostenitori di Ethereum avvertono che una corsa alle reti chiuse rischia di trasformarsi in una “race to the bottom”: queste infrastrutture, pur avendo un ruolo nella finanza tradizionale, potrebbero perdere molti dei vantaggi della tecnologia blockchain se non appoggiate a basi aperte e verificabili.
Il quadro regolamentare e il rischio di centralizzazione
A Washington i lavori legislativi sul quadro normativo per le criptovalute restano faticosi ma non si sono fermati: secondo gli osservatori, il principale provvedimento di settore rimane ancora “in vita”, alimentando attese di maggiore chiarezza nei prossimi mesi. Nel frattempo, il coinvolgimento crescente di banche globali, asset manager e circuiti di pagamento tradizionali — si parla di un accordo da 1,8 miliardi di dollari con Mastercard — accentua l’istituzionalizzazione delle crypto.
Per alcuni analisti questo potrebbe favorire l’ingresso di nuovi capitali e ridurre la volatilità; altri sottolineano il rischio di un’eccessiva centralizzazione del potere economico e tecnologico, in contrasto con la visione originaria di Bitcoin. Gli sviluppi regolamentari statunitensi e le scelte dei grandi investitori istituzionali continueranno, secondo gli analisti, a orientare il sentiment sul comparto nei prossimi trimestri.
