Fumito Ueda su Gen Atlas: «Voglio lasciare un segno nel cuore delle persone»
Fumito Ueda è uno di quei creatori che basta nominare per evocare un'atmosfera precisa: silenzio, rovine, creature enormi, un legame che cresce tra il giocatore e qualcosa di più grande di lui. Ico, Shadow of the Colossus, The Last Guardian. Tre giochi in venticinque anni, ciascuno capace di lasciare un segno. Ora arriva Gen Atlas, e per la prima volta Ueda abbandona il fantasy per la fantascienza.
L'immagine iniziale è potentissima: giganteschi robot giacciono su una spiaggia, in attesa di essere risvegliati. «Volevo che ci fossero robot giganti», ha detto Ueda in un'intervista al Summer Game Fest. «Ma la risposta più lunga è che avevo in testa un'immagine che non riuscivo a lasciarmi dietro: la testa del robot è staccata, e la tiene sotto il braccio. Volevo assolutamente che quella scena fosse nel gioco, e da lì si è espanso tutto».
Il trailer esteso di Gen Atlas, mostrato a porte chiuse, lascia intravedere qualcosa in più. La struttura ricorda The Last Guardian, ma con una differenza sostanziale: il compagno sovradimensionato sarà controllabile, oltre al protagonista umano. Ueda ha ascoltato il feedback dei giocatori? Possibile. Il combattimento sarà anche più presente: si vedono armi energetiche che sparano a inseguitori e un attacco orbitale che spazza via tutto ciò che colpisce.
Ueda ammette di oscillare tra estremi opposti. «In Ico il combattimento non era centrale. Poi in Shadow of the Colossus ho alzato il livello di azione e violenza. Con The Last Guardian sono tornato indietro. Con Gen Atlas, forse, torno a una componente action più marcata». Il passaggio alla fantascienza permette di usare un arsenale variegato — spade e pugnali non sarebbero bastati.
L'impronta emotiva resta la stessa
Non aspettatevi però un cambio di rotta nei temi. Il rapporto tra umani e natura, la scoperta di nuovi mondi, i legami nati dall'isolamento: sono questi i pilastri del lavoro di Ueda, e Gen Atlas non farà eccezione. «Tematicamente non vedrete niente di molto diverso», spiega. «Ogni volta che creo un mondo e ciò che lo abita, l'obiettivo è farlo sembrare reale anche se non esiste. Voglio che i giocatori, dieci anni dopo, si chiedano: esiste ancora quel mondo? Cosa sta succedendo lì? E se fosse reale?»
Passare al fantasy aveva dei limiti. La sci-fi apre possibilità nuove: la comunicazione tra il protagonista e il robot, per esempio. «In un mondo fantasy sarebbe stato strano tenere un registro delle conversazioni. In un mondo sci-fi è naturale». Ueda ha sempre evitato dialoghi estesi — in Shadow of the Colossus il protagonista si limitava a gridare «Agro!» — ma Gen Atlas potrebbe essere il suo primo gioco in cui le parole umane hanno un ruolo.
«Penso a lasciare un segno nella vita e nel cuore delle persone. Ma può essere anche un segno di dolore. Non deve essere per forza qualcosa di felice.»
Ueda non cerca una reazione precisa. «Non scrivo scene pensando “qui il giocatore piangerà”. Lascio che ognuno interpreti le proprie emozioni. Se un sentimento resta con te, qualsiasi esso sia, per me è sufficiente». È questa ambiguità controllata a rendere i suoi giochi memorabili.
Il senso della meraviglia
La scala monumentale è un altro marchio di fabbrica. «Gli esseri umani trovano affascinante ciò che è enorme: robot, creature, balene. È un senso di meraviglia naturale. Come guardare fuochi d'artificio giganti nel cielo». Il trailer di Gen Atlas trabocca di questa spettacolarità, e tutto lascia pensare che l'effetto wow sarà garantito.
Non c'è ancora una data di uscita. Gen Atlas è in sviluppo, e i giochi di Ueda non si possono affrettare. Ma la domanda finale, forse la più importante, è sul titolo: cosa significa Gen Atlas? «Gen può essere la radice di genesi, gene, generare, generazione. Atlas è la mappa del mondo. L'idea è quella di costruire qualcosa». Il significato esatto, come sempre, lo deciderà chi gioca.
