Boom di cause scritte con l’AI: i giudici le capiscono meglio, ma vincono di meno
Dal 2023 al 2026, la percentuale di documenti legali generati con intelligenza artificiale nelle cause civili federali USA è passata dall’1% al 18%. Lo rivela uno studio su 4,5 milioni di casi, firmato da Anand Shah (MIT) e Joshua Levy (USC), che ha analizzato un campione di 1.600 documenti con un rilevatore commerciale di testo AI, Pangram.
Il dato non sorprende la giudice federale Maritza Braswell, che ogni giorno esamina centinaia di atti di persone senza avvocato. «Correlo l’aumento all’AI perché ne vedo l’uso. Riconosco lo stile degli LLM, le allucinazioni, le citazioni inventate», spiega. Braswell è un magistrato tecnologico — usa l’AI anche per scremare i documenti — e nota un paradosso: «Vedo memorie meglio scritte, ma non vedo vincere di più chi le usa».
Gli autori dello studio confermano: le persone senza avvocato, con o senza AI, perdono molto più spesso. «Fare causa è un compito complesso e poliedrico. Non basta scrivere bene un testo», dice Levy.
Intanto i tribunali si dividono su tre nodi legali.
Il privilegio avvocato-cliente vale per i chatbot?
Il giudice William Garfinkel, in carica da trent’anni in Connecticut, se lo chiede apertamente: «Si può sostenere che le conversazioni con LLM come Claude, ChatGPT o Grok meritino una protezione simile a quella tra avvocato e cliente».
Le corti sono divise. A febbraio 2025, un tribunale federale del Michigan ha stabilito che le chat tra un imputato e ChatGPT per preparare la difesa sono «work product» — materiale di lavoro protetto. Lo stesso giorno, una corte di New York ha deciso il contrario, dicendo che Claude non è un avvocato e che un utente non ha «ragionevole aspettativa di riservatezza» dato che le aziende di AI possono condividere i dati con terzi.
A marzo, la giudice Braswell ha preso posizione per la tutela: «È vero che ChatGPT e altri raccolgono dati per addestramento, ma questo non elimina ogni aspettativa di privacy».
Malpractice senza polso: chi paga se il chatbot sbaglia?
La giudice Allison Goddard, in California, vede il problema ogni giorno. Una persona scivolata in un negozio chiedeva 700.000 dollari durante le trattative. «Da dove tira fuori questa cifra? Da ChatGPT?», chiese Goddard. L’uomo annuì. «È come il Dottor Google che ha fatto giurisprudenza», commenta.
A marzo, Nippon Life Insurance Company ha citato OpenAI sostenendo che ChatGPT ha «esercitato la professione forense senza licenza» aiutando una donna a riaprire una causa già chiusa, inondando il tribunale di atti infondati. A maggio OpenAI ha chiesto l’archiviazione del caso: «ChatGPT non è una persona e non ha né usa alcuna conoscenza o abilità legale». La causa è ancora in corso.
Cosa dice la legge?
Diversi stati americani stanno valutando leggi per rendere le aziende di AI responsabili dei consigli legali sbagliati. New York ha proposto un disegno di legge a marzo che vieta ai chatbot di spacciarsi per avvocati, anche se specificano di non esserlo. Al Congresso USA ci sono varie proposte per estendere il divieto a medici e altri professionisti abilitati, ma per ora senza seguito.
Nonostante i rischi, le persone continuano a usare l’AI come avvocato. Per molti, il beneficio supera il pericolo. Lo nota la giudice Braswell: «Un tempo, quando chiedevo a una parte perché voleva un certo documento, balbettava. Ora risponde con sicurezza. Con l’AI il sistema giudiziario diventa un po’ meno complesso da navigare».
E online nascono comunità per scambiarsi guide. A dicembre 2024, un post virale su Reddit spiegava come fare causa all’immigrazione USA chiedendo un writ of mandamus: scrivere con Microsoft Copilot, pagare 150 dollari a un avvocato per la revisione, depositare nel veloce distretto del Vermont. Le cause da parte di persone senza avvocato in Vermont sono passate da circa 45 l’anno (pre-2022) a oltre 1.100 nel 2024.
