Operatori sanitari in protezione durante epidemia Ebola

Ebola, ceppo Bundibugyo: perché l’epidemia in Congo è così difficile da contenere

L’allarme è scattato il 5 maggio. Quattro operatori sanitari nella Provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, erano morti in quattro giorni per una malattia sconosciuta. Le squadre di intervento rapido inviate sul posto e i test del centro di ricerca di Kinshasa hanno identificato il colpevole: il virus Bundibugyo, uno dei virus che causano Ebola.

Da allora i casi sospetti sono cresciuti rapidamente. Al 24 maggio l’OMS stimava 223 morti e oltre 900 casi sospetti. Oggi i numeri sono probabilmente più alti.

La situazione è ben diversa da altri focolai recenti. Per capirla servono tre elementi.

Niente vaccino per Bundibugyo

Le epidemie di Ebola più recenti — quella del 2014-2016 in Africa occidentale (oltre 11.000 morti) e quella del 2018-2020 (2.299 morti) — sono state causate dal virus Zaire, per cui esistono due vaccini approvati. Il virus Bundibugyo ha una sequenza genetica diversa. Non esiste un vaccino per questo ceppo e non si sa se quelli per Zaire funzionino: c’è il rischio che interferiscano con la risposta immunitaria, peggiorando la situazione.

I vaccini specifici per Bundibugyo sono in fase di sviluppo, ma i più avanzati sono ancora a mesi dai trial clinici. Non esistono nemmeno trattamenti antivirali specifici.

Diffusione facilitata da violenza e disinformazione

Il focolaio è partito da Mongbwalu, un hub minerario con alto traffico di persone. Da lì il virus si è spostato nei distretti vicini. La provincia confina con Sud Sudan e Uganda: quest’ultima ha già registrato sette casi confermati e un morto.

I virus Ebola si trasmettono all’uomo da animali come pipistrelli della frutta, scimpanzé e gorilla, poi si diffondono tra persone tramite contatto con sangue o vomito. Per questo colpiscono spesso familiari, operatori sanitari e partecipanti a funerali. L’OMS raccomanda isolamento in centri di cura e misure funebri che limitino il contatto con i defunti.

Ma nella regione la disinformazione è dilagante. Parti della comunità dubitano che la malattia sia reale. Nelle ultime settimane ci sono stati tre attacchi a strutture sanitarie: due centri di cura sono stati incendiati (il primo perché ai parenti di un defunto era stato impedito di recuperare il corpo infetto), e uomini armati hanno aperto il fuoco sull’ospedale di Mongbwalu chiedendo la restituzione dei corpi.

A tutto questo si aggiunge il conflitto armato nella regione, con gruppi armati che compiono attacchi mortali contro i civili e ostacolano gli aiuti umanitari. Le infrastrutture sono danneggiate, le strade dissestate. Quasi 10 milioni di persone nella zona soffrono la fame acuta.

Tagli ai fondi USA e dichiarazione di emergenza

Il taglio drastico dei finanziamenti USA per i progetti sanitari internazionali ha ulteriormente indebolito i sistemi di sorveglianza. Secondo l’International Rescue Committee, i fondi ridotti hanno lasciato la regione pericolosamente esposta: molte strutture sono senza dispositivi di protezione, capacità di sorveglianza e personale per rispondere velocemente.

Il 17 maggio l’OMS ha dichiarato l’epidemia di Ebola un’emergenza di salute pubblica di interesse internazionale. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha parlato di “una collisione catastrofica tra malattia e conflitto, con l’epidemia di Ebola in Ituri che supera la capacità di risposta”. Ha chiesto un cessate il fuoco e riconosciuto le difficoltà della popolazione: “State già portando un peso enorme: malaria, fame, insicurezza e la lotta quotidiana per proteggere le vostre famiglie. E ora l’Ebola. Non è giusto, e non farò finta di niente”.

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